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Bullismo

I programmi antibullismo nelle scuole sono in grado di ridurre fino al 72% il pettegolezzo tra gli studenti, una forma di vessazione verbale che, spiegano gli esperti, arriva spesso a sfociare in atti di bullismo fisico: è quanto emerge da  uno studio condotto dagli studiosi dell'Università di Washington e pubblicato su School Psychology Review secondo cui questi risultati sono stati ottenuti con soli tre mesi di corso anti-bulli.
Anche se gli insegnanti tendono a non reputare il pettegolezzo come una forma significativa di bullismo, spiega Karin Frey, che ha partecipato allo studio, "Il pettegolezzo è un tipo di bullismo, e può portare al bullismo fisico. Chiedete ai bambini: vi diranno che è doloroso quanto le vessazioni fisiche".
Dopo aver osservato le interazioni tra 610 bambini dai 3 ai 6 anni in sei scuole elementari nella zona di Seattle, registrando il comportamento di ogni bambino per cinque minuti una volta a settimana per 10 settimane. I ricercatori hanno poi iniziato il programma anti-bullismo coinvolgendo la metà dei bambini osservati: nel corso dei tre mesi di corso gli insegnanti hanno incoraggiato comportamenti empatici e assertivi, sottolineando che il bullismo non è una norma sociale. I bambini sono poi stati di nuovo osservati e registrati per 10 settimane: ed è emerso che coloro che avevano partecipato al programma trimestrale anti-bullismo hanno fatto registrare una diminuzione del pettegolezzo dal 25 al 72%. Dopo il corso "il pettegolezzo resiste ancora, ma è meno cattivo - spiega Frey -. Questo fa la differenza nella vita di un bambino".

di Miriam Cesta 

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/12465-i-corsi-anti-bullismo-funzionano-eliminano-il-pettegolezzo

 

In questo periodo, in cui un anno è finito e un altro è cominciato, siamo tutti impegnati a fare propositi, si spera buoni, e a decidere a cosa sarebbe meglio rinunciare e cosa portare con noi in questo nuovo inizio d’anno. Il giornalista scientifico David Di Salvo ha pensato analogamente di stilare la classifica, pubblicata sul sitoPsychology Today, riguardante le dieci ricerche in campo psicologico effettuate nel corso del 2011, di cui vale la pena continuare a discutere anche in questo 2012 appena cominciato. Vediamole insieme:

1)Potere e maleducazione. Questa ricerca pubblicata sul Social Psychological and Personality Science, convaliderebbe il detto “il potere corrompe”. Nell’esperimento ai soggetti venivamo mostrate persone che si comportavano in modo maleducato, prendendo il caffè di un’altra persona, infrangendo regole contabili, gettando la cenere di sigaretta sul pavimento o poggiando i piedi sulla scrivania, e situazioni neutre in cui i personaggi si comportavano correttamente. Successivamente veniva richiesto ai partecipanti di dare un giudizio su queste persone. Dalle interviste è emerso che i maleducati erano considerati più forti e potenti, rispetto a quelli che mostravano comportamenti civili. Il motivo principale di tale attribuzione sembrerebbe derivare dalla forza di volontà che i soggetti a cui l’esperimento era rivolto associavano alla violazione delle norme condivise. L’aspetto più interessante è che ufficialmente la maleducazione è considerata socialmente riprovevole, ma come fa notare Di Salvo spiegherebbe anche la presenza di certi personaggi in politica. Come non essere d’accordo?

2) L’effetto boomerang delle fantasie sul tema del desiderio. Pensare troppo al raggiungimento dei nostri obiettivi potrebbe essere alla lunga controproducente! Sembrerebbe infatti, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, che indulgere in questo tipo di attività immaginativa, ingannerebbe il cervello, che invece di concentrarsi sul raggiungimento di quanto desiderato, produrrebbe una risposta di benessere e rilassamento, simile a quella che proveremmo di fronte all’effettivo raggiungimento di quanto auspicato. Nell’esperimento, i partecipanti, monitorati poi nel corso della settimana, mostravano un livello significativamente minore di energie impiegate nel raggiungimento effettivo dei propri desideri se nella situazione sperimentale era stato richiesto loro di produrre fantasie positive in merito a quanto desiderato, rispetto a chi doveva produrre fantasie negative o neutre. Viene da chiedersi certi sogni aiutano davvero a vivere meglio?

3) Maggiore è il rilassamento, maggiore il valore delle cose. Il suggerimento proviene da uno studio del Journal of Marketing Research e potrebbe convincere alcune catene di negozi ad abbandonare la musica assordante e gli ambienti iperstimolanti, in favore di negozi dai colori neutri, magari attraversati dai pacifici rumori della foresta pluviale, per averne un ritorno economico! Nell’esperimento, i soggetti erano esposti a filmati o musiche rilassanti, in un secondo tempo era poi richiesto di assegnare un prezzo ad una serie di prodotti. I partecipanti “rilassati” tendevano ad assegnare, in media, un valore maggiore del 15% superiore rispetto a chi non aveva subito il trattamento o era stato esposto a contenuti stimolanti. Sarebbe superficiale affermare che chi è in ristrettezze economiche o ha perso il lavoro, situazione non infrequente in questo tempo di crisi, potrebbe rovinarsi definitivamente, ma potrebbe far riflettere sui motivi per cui a volte è più facile cadere in tentazione, mettendo mano al portafogli!

4) Fumare per finta per smettere di fumare. Uno studio dell’Università di Catania pubblicato sullo European Respiratory Journal suggerisce che per abbandonare il vizio, può essere utile concentrarsi sulla dipendenza comportamentale indotta dalle sigarette. Nell’esperimento, i partecipanti nel gruppo che riceveva una sigaretta di plastica senza nicotina, come unico trattamento, nel follow up a 24 settimane continuavano ad essere astinenti con un tasso di 3,5 volte superiore rispetto al gruppo a cui era somministrato solo il trattamento standard per smettere di fumare. Il dato potrebbe suggerire, che la dipendenza comportamentale possa influire allo stesso modo di altri aspetti, come una scarsa forza di volontà o del controllo degli impulsi e focalizzarsi su questo aspetto, potrebbe evitare ai fumatori recidivanti anni di frustrazioni e fallimenti.

5) Il potere delle metafore. Forse non basterà una metafora a far nascere l’amore, come sosteneva Milan Kundera, ma certamente esse sono in grado di influenzare le nostre opinioni, a confermalo sarebbe uno studio della Stanford University. Nell’esperimento veniva chiesto a due gruppi di leggere due testi riguardanti la criminalità nella cittadina di Addison e di commentare con proposte per ridurne il tasso. I due testi erano uguali eccetto che in un caso, in cui il crimine veniva descritto come una “bestia selvaggia a caccia nella città e che si nascondeva nel vicinato”, mentre nell’altro come un “virus che infestava la città” e una “piaga sociale”. Il 75% dei soggetti a cui era dato il primo foglio reagiva proponendo l’intervento dell’esercito, la costruzione di nuove carceri o un inasprimento delle pene e solo il 25% consigliava una serie di riforme che innalzassero il tasso di scolarizzazione o del benessere sociale. Nel secondo caso, diversamente, solo il 56% suggeriva un aumento delle forze dell’ordine, mentre la restante parte rispondeva nella direzione delle riforme sociali.

LEGGI LA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO

FONTE:http://www.stateofmind.it/2012/01/psicologia-ricerca/

Mentire fa male alla salute con le bugie stress assicurato

I dati di una ricerca dell'University of Notre Dame nell'Indiana. I partecipanti sono stati sottoposti al test della macchina della verità. Mal di testa, mal di gola, malinconia e tensioni se non si è sinceridi VALERIA PINI

LA FAVOLA di Pinocchio lo spiega da tempo. Anche le mamme, fin dai primi anni di vita, raccomandano ai figli di "non  dire bugie". E si sa che alla fine sono loro ad avere sempre ragione. Ora uno studio ci spiega che alla lunga mentire fa male alla salute. La ricerca è il risultato di un esperimento, presentato all'ultima convention dell'http://www.repubblica.it/static/images/homepage/2010/bg-link.png); background-color: rgb(255, 255, 255); line-height: 20px; background-position: 0px 100%; background-repeat: repeat no-repeat; ">American Psychological Association 1, che si è appena conclusa a Orlando, in Florida. A riscrivere la favola di Geppetto e del burattino Pinocchio è il team di Anita Kelly, docente di psicologia ahttp://www.repubblica.it/static/images/homepage/2010/bg-link.png); background-color: rgb(255, 255, 255); line-height: 20px; background-position: 0px 100%; background-repeat: repeat no-repeat; ">ll'University of Notre Dame nell'Indiana 2, che ha sottoposto al test della macchina della verità 110 persone dai 18 ai 71 anni, incrociando per due mesi e mezzo il numero di bugie dette a settimana con lo stato di benessere dei partecipanti alla ricerca.

Il test. I ricercatori hanno scoperto che più si mente, peggio si sta, non solo dal punto di vista mentale, ma anche a livello fisico. Le persone poco sincere si ammalano di più. E' più facile per loro aver mal di testa, la gola infiammata, sentirsi depressi, tesi o stressati. Perché dire bugie sembra far male al corpo, ma anche allo spirito. Gli studiosi hanno diviso i volontari in due gruppi. A uno è stato raccomandato di non mentire mai, a nessuno e per nessuna ragione. Potevano omettere la verità, rifiutarsi di rispondere alla domanda, decidere di custodire un segreto, ma non dire bugie. L'altro gruppo, invece, si è rimesso al responso del detector di menzogne, senza aver ricevuto istruzioni particolari. Gli psicologi hanno osservato che, in entrambi i gruppi, le persone più sincere vivevano meglio. A un minor numero di menzogne settimanali corrispondevano migliori condizioni di salute percepita.

"C'era un nesso molto forte fra il miglioramento del proprio stato di salute e della qualità delle proprie relazioni e la riduzione del numero di bugie quotidiane - ha detto Anita Kelly, coordinatrice dello studio- . Si evitavano problemi psicologici come la malinconia o le tensioni, e anche fisici come il mal di testa e il mal di gola". Inoltre, c'erano risultati positivi anche nelle relazioni interpersonali, che erano diventate più "lineari" cominciando a dire meno bugie, sia piccole che grandi. 

Benessere e sincerità. L'equazione "meno menzogne uguale più salute" è risultata particolarmente solida nel gruppo al quale era stato chiesto di dire sempre la verità. In media questi volontari hanno detto meno di una menzogna alla settimana, ed è emerso che nelle settimane più 'sincere' il benessere aumentava. Per dare un'idea dell'effetto, a un numero settimanale di bugie 3 volte inferiore rispetto a quello rilevato in altre settimane, corrispondeva un numero di disturbi psicologici riferiti 4 volte minore e un numero di problemi fisici 3 volte inferiore.

"Sapere di poter dire la verità abbatte i livelli di stress, mentre vivere un conflitto interiore che porta alla menzogna aggiunge un carico pesante di tensione alla vita quotidiana", spiega  Linda Stroh, professore emerito di comportamento organizzativo alla Loyola University di Chicago - . Questi risultati confermano quelli ottenuti in un lavoro precedente".

Il ruolo della psiche. Da qui a predicare l'onestà come terapia, avvertono però gli specialisti, il passo sarebbe azzardato. "E' sicuramente un obiettivo lodevole che vi siano persone più schiette e genuine, capaci di interagire con gli altri in modo più sincero", commenta lo psicologo Robert Feldman dell'University of Massachusetts di Amherst. I benefici non mancherebbero di certo, se non altro a livello sociale. "Mi lascia invece più scettico pensare che l'onestà possa renderci più sani fisicamente, ma di certo è così a livello psicologico". 

Comunque sia una cosa è certa: per le persone poco sincere la vita può diventare molto complicata. E uscire dalla ragnatela delle menzogne può diventare un'impresa. Lo raccontava qualche tempo fa in modo ironico il film Bugiardo, bugiardo, dove Jim Carrey interpretava un avvocato che difendeva con successo i suoi clienti grazie alle bugie. Ma quelle stesse menzogne, così utili nel lavoro, diventavano un problema nella vita privata.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2012/08/07/news/dire_bugie_fa_male_alla_salute-40531527/?ref=search

Internet Addiction Disorder

LEGGI ANCHE: SOCIAL NETWORK - PSICOLOGIA DEI NEW MEDIA - CYBERPSICOLOGIA

Le Nuove Dipendenze: Internet Addiction. - Immagine: © olly - Fotolia.comIl nuovo manuale diagnostico dei disturbi psicologici (DSM) è attualmente in corso di revisione e aggiornamento. Tra le proposte in discussione vi è l’introduzione di un nuovo disturbo psicologico: Internet Addiction Disorder (o dipendenza da internet).

Negli ultimi dieci anni l’ Internet Addiction è stata oggetto di un crescente numero di ricerche, ciò nonostante le definizione del disturbo non è ancora chiara (Weinstein & Lejoyeux, 2010). Da un lato l’eccessivo tempo trascorso online rappresenta un fattore di rischio, ma non rappresenta l’elemento principale o causante ladipendenza. Molte persone che trascorrono una grande quantità di tempo online non soffrono di alcun disturbo.

Gli elementi caratteristici della dipendenza da internet riguardano il modo in cui si trascorre tempo online. In particolare gli elementi chiave sono:

(1) Eccessiva preoccupazione verso il bisogno di accedere a internet 

(2) Ripetuti e fallimentari tentativi di ridurre l’uso di internet 

(3) Problemi di umore (ansia, irritabilità, depressione) connessi al tentativo di ridurre dell’uso di internet.

(4) Desiderio intenso, urgente e incontrollabile di navigare (Christakis, 2010).

Nel tempo queste caratteristiche portano l’individuo a porre in secondo piano altri aspetti della propria vita (es: famiglia, lavoro, ecc…) che vengono gradualmente trascurati.

Una recente ricerca ha inoltre mostrato che a parità di tempo trascorso online chi soffre di dipendenza da internet tende a ricercare maggiormente attività sociali, distrazione da preoccupazioni e la ricerca di una forte esperienza emotiva virtuale (Kesici & Sahin, 2009).

BIBLIOGRAFIA: 

FONTE: http://www.stateofmind.it/2012/07/internet-addiction/

Addio vecchio curriculum  per un lavoro meglio il blog

Ormai 33 candidati su 100 trovano un posto solo attraverso Internet. Ma bisogna saper unire talento professionale e spudoratezza, dando appeal al cvdi TIZIANA TESTA

AVETE MAI pensato che gli argomenti trattati sul vostro blog possono salvarvi dalla disoccupazione? Che ricontattare un vecchio amico dell'università, nel frattempo lanciato nella carriera, può aprirvi un nuovo futuro professionale? Che perfino andare in palestra può servire a darvi sicurezza più delle vostre competenze?

Avviso ai neolaureati, ma anche ai disoccupati di vecchio conio: il tradizionale curriculum non serve più. O almeno non basta. Il nuovo decalogo per chi è a caccia di lavoro arriva - e da dove sennò - dall'Inghilterra. Il solitamente compassato Guardian ha parlato con esperti del settore e ha setacciato la rete scovando motodi creativi per dare una chance a chi cerca un posto. E, con l'arma dell'ironia, suggerisce come vendersi al meglio. Abbinando talento personale e spudoratezza. A chi, poi, del vecchio curriculum proprio non può fare a meno, suggerisce categorico: "Arruffianalo. A partire dalla forma, giocando con i caratteri e con i colori a seconda dell'azienda a cui ti vuoi rivolgere". 

"L'importante", è il consiglio che arriva da Londra, "è essere nella rete giusta perché più che la qualità delle nostre competenze conta chi le conosce". Meglio vendersi bene nel proprio ambiente con un blog a tema, dunque. E basta con i chili di troppo accumulati durante le lunghe soste in biblioteca. Meglio presentarsi a un colloquio di lavoro dopo una seduta in palestra. 

Davvero, dunque, il vecchio curriculum è passato di moda? E quanto conviene bluffare, fino a che punto si può spingere l'"arruffianamento" dei propri dati? Paolo Citterio, presidente dell'Associazione direttori del personale, frena: "I bluff durano poco - dice - quello che serve è un po' di maestria per evidenziare le proprie caratteristiche in funzione di ciò che sta a cuore alle aziende. Ad esempio, bisogna sapere che i datori di lavoro puntano sempre più sulla rapidità dei candidati. Il voto finale conta poco, l'importante è essersi laureati in tempi debiti. E poi, certo, il futuro è Internet. L'importante è essere sui siti specializzati: da Jobrapido a Job advisor, da Monster a Linkedin".

A dirlo è anche un colosso americano della consulenza di risorse umane, la Kelly Services: 33 candidati su 100, è il verdetto di una ricerca in 30 Paesi, cercano lavoro attraverso i social network. E in Italia? Da noi la percentuale scende al 18%. E d'altra parte solo Linkedin ha, nel nostro Paese, una comunità di 1,7 milioni di iscritti. Anche se siamo ancora indietro rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna. 

La rete, poi, può diventare anche un boomerang. "Non far capire su Internet quanto odi la tua ex", è il consiglio che arriva da Londra. "Anche perché magari possono assumere lei". Occhio dunque ai pareri espressi sui social network. I più pericolosi, secondo un focus group su 110 direttori del personale di Gidp, sono i commenti di discriminazione razziale e gli insulti nei confronti dei precedenti datori di lavoro. "E il 20 per cento dei direttori del personale", ammette Citterio, "cerca informazioni sui social network". 

Internet a parte, in Italia il principale canale di ricerca di lavoro resta il passaparola. È determinante nel 25 per cento dei casi. E passaparola, per lo più, vuol dire rete di conoscenze personali. "È ancora così, anche se sempre meno" ammette Andrea Cammelli, direttore del consorzio universitario di Almalaurea, che ai giovani laureati consiglia di restare in contatto, di formare un network. E sfata il vecchio luogo comune della flessibilità senza limite. Ai ragazzi dice: "Accettate lavori a tempo e poco qualificati al massimo per un anno e mezzo". 

Infine, la passione per l'azienda. Gli inglesi consigliano addirittura di appostarsi davanti al luogo di lavoro, per studiare abitudini e vestiti dei futuri colleghi. È così? "L'aspetto motivazionale è sempre più importante", dice Giovanni Buttitta, direttore delle relazioni esterne della società Terna. "Ma è meglio evitare finzioni grottesche, perché a selezionare i candidati ci sono degli psicologi e se ne accorgono subito. Quanto al look, basta non esagerare ed evitare di presentarsi ai colloqui in pantaloncini". 

 

FONTE: http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/07/19/news/curriculum_blog-19304635/?ref=search

Autismo01g

Un giocattolo progettato appositamente per i bambini autistici, il cui obiettivo è stimolare i comportamenti positivi dei piccoli affetti dalla patologia: messo a punto da un gruppo di ricercatori australiani dellaVictoria University, il nuovo pupazzo - che per ora esiste solo in prototipo - si chiama «Auti».

Morbido al tatto perché «ricoperto di pelliccia di opossum», spiega Helena Andreae, designer del nuovo gioco, Auti si spegne in risposta a comportamenti negativi come urla o urti, ma risponde rapidamente alla minima interazione positiva, come un tono di voce dolce o una carezza. L'obiettivo del giocattolo, spiegano i ricercatori, è insegnare ai bambini autistici a interagire con maggiore delicatezza possibile con il mondo circostante.

Ogni sensore può essere regolato per rispondere in modo appropriato alle caratteristiche individuali di ogni bambino, e può essere utilizzato a partire di sei mesi di vita: «I bimbi autistici hanno difficoltà a giocare - continua Andreae -. Hanno grande difficoltà a sviluppare anche i più semplici scenari di finzione e hanno ulteriori difficoltà a giocare con altri bambini perché spesso non capiscono il modo in cui dovrebbero controllare la loro voce e il loro corpo, e questo può spaventare gli altri piccoli».

di Miriam Cesta (02/03/2012)

 

FONTE:  http://salute24.ilsole24ore.com/articles/13366-ideato-giocattolo-per-bambini-autistici-si-spegne-se-viene-trattato-male

Lunedì, 10 Settembre 2012 08:55

Bandi e opportunità di finanziamento

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Bandi europei e regionali

I bandi  per progetti europei (calls), a finanziamento diretto Ue, e i bandi per progetti regionali, finanziati dai Fondi Strutturali Ue, si rivolgono principalmente a piccole e medie imprese, enti pubblici e centri di ricerca, sono quindi opportunità di finanziamento indirette. Tuttavia, alcuni di essi finanziano consulenze professionali orientate all’innovazione e ad alto contenuto intellettuale, oppure promuovono progetti che necessitano di elevate competenze tecniche cui il professionista può essere interessato. Tali opportunità sono preventivamente selezionate dal Consorzio Professional Service, in modo da facilitare il professionista nell’acquisizione di nuove opportunità di lavoro.

Il fondo di rotazione per i professionisti

Il fondo di rotazione per i professionisti, istituito con Legge Regionale 73/2008, è un’opportunità di finanziamento diretta per i professionisti, nonché di Ordini e Associazioni. Il fondo di rotazione, gestito da Artea Toscana, eroga prestiti a giovani professionisti che sostengono spese di apertura di studi professionali, favorendo l’associazionismo, nonché l’acquisto di strumenti tecnologici. Inoltre, finanzia progetti ad alta innovazione relativi al mondo professionale, presentati da Ordini, Collegi e Associazioni professionali. La presentazione dei progetti innovativi è seguita direttamente dal Consorzio Professional Service.

FONTE: http://www.cpstoscana.it/index.php?option=com_docman&Itemid=15

L'Ordine degli Psicologi della Regione Puglia dopo la realizzazione della Settimana del Benessere psicologico in puglia tenutasi dal 4 al 11 aprile 2011, intende promuovere il progetto "Ottobre 2012 mese del Benessere Psicologico in Puglia".

Tale iniziativa risponde al bisogno di diffondere la cultura del benessere psicologico e promuovere la professionalità dello psicologo nella regione Puglia. La centralità del ruolo dello psicologo è indiscutibile se si fa riferimento al concetto di Salute, intesa come stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non alla semplice assenza di malattia"(OMS).

Tutte le iniziative inerenti la Settimana del Benessere, quindi, hanno come finalità ultima quella di promuovere il radicamento sul territorio dello psicologo, categoria professionale che in Puglia conta oltre 3000 iscritti.

Gli psicologi che desiderano aderire potranno proporsi per rendersi disponibili, durante il mese del Benessere, ad effettuare consulenze psicologiche gratuite presso i propri studi professionali e/o aziende sanitarie locali e/o Enti del privato sociale, provvedendo qualora necessario a richiedere le relative autorizzazioni per lo svolgimento delle attività. Potranno altresì proporre seminari, conferenze, workshop, giornate di studio, ecc.. che sviluppino tematiche o che approfondiscano argomenti promuoventi il benessere psicologico della persona. Gli Psicologi aderenti dovranno provvedere personalmente ad individuare i luoghi in cui svolgere le attività proposte.

 

Per ora chiediamo ai colleghi interessati di compilare, in ogni sua parte, solo la scheda di iscrizione allegata ed inviarla tramite fax o e-mail alla Segreteria dell'Ordine (fax 080/5508355 � e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) entro e non oltre il 28 Febbraio 2012.

Il Gruppo di Lavoro Sviluppo della Professione si attiverà per organizzare l'iniziativa dopo aver accolto le proposte, i suggerimenti, le indicazioni, le azioni e idee pervenute dai colleghi che vi aderiranno.

 

FONTE: http://www.psicologipuglia.it/news/493-ottobre-2012-mese-del-benessere-psicologico-in-puglia-.html

COME ti senti? Una domanda aperta, semplice, spesso abusata «ma di cui, spiega Peter Salovey - rettore della Yale University, negli Stati Uniti - non ascoltiamo mai attentamente la risposta». Una domanda che è alla base degli studi sull' intellig e n z a e m o t i v a e dell' apprendimento sociale ed emozionale. «Imparare a gestire le emozioni, controllandole ma non reprimendole - afferma Salovey - aiuta a diminuire situazioni di ansia, depressione e bullismo, ad essere creativi e migliorare i rapporti interpersonali». Riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, saper attribuirgli il giusto nome e imparare a gestirle. Nel 2013 a Firenze partirà il primo progetto europeo sull' intelligenza emotiva che negli Stati Uniti già coinvolge centinaia di scuole e aziende. La scuola scelta è l' Istituto comprensivo Le Cure con il programma Ruler, elaborato dall' Health, Emotion and Behavior Laboratory della Yale University e che prepara dirigenti scolastici, insegnanti, genitori e alunni a utilizzare efficacemente le emozioni riducendo lo stress e conducendo stili di vita sani e produttivi. Il percorso formativo dura, in media, due anni e in Italia sarà condotto da Laura Artusio, ricercatrice dell' Università di Firenze in un dottorato di ricerca europeo in Psicologia del lavoro. «Consapevolezza, comprensione, classificazione, vocabolario emozionale e gestione delle emozioni sono alla base del Ruler - spiega Artusio, 30 anni, toscana e con alle spalle 3 mesi di ricerca a Yale e all' Università di Malaga - Il primo passo è formare gli insegnanti che poi dovranno inserire gli strumenti ricevuti nei loro programmi di studio». Nell' istituto comprensivo Le Cure, ad esempio, sarà collocato in ogni aula il Mood Meter: un quadrato diviso in quattro porzioni, di colori diversi e vari livelli in cui gli alunni dovranno posizionare sé stessi a seconda se provino sensazioni di tristezza, serenità, allegria. «L' insegnante - spiega Marc Brackett, docente della Yale University tra gli ideatori del Ruler - chiederà ai ragazzi come si sentono, ascolterà le loro risposte e li aiuterà a capire il perché e come gestire le loro emozioni». Un sistema che può applicarsi anche alle materie scolastiche: «Una professoressa di storia - continua Brackett - può spiegare agli studenti cosa stesse provando un personaggio durante una battaglia e i vantaggi o svantaggi ricevuti dal mancato controllo della sua intelligenza emotiva». Nell' educazione emotiva non c' è solo il Mood Meter. «Le "ancore" sono 4 spiega Laura Artusio - C' è il contratto emotivo, una dichiarazione d' intenti che dirigenti, genitori, insegnantie alunni si impegnano a mantenere. Il Blueprint invece è uno schema per risolvere problemi familiari, conflitti e disaccordi passati, situazioni difficili e future criticità. «Come mi sento?, come posso migliorare il mio stato d' animo e quello degli altri?» sono le domande che si leggono nello schema. «Nelle scuole in cui il progetto sull' intelligenza emotiva è già in fase avanzata - spiega Brackett - il clima in classe è più sereno, gli alunni (il percorso può adattarsia tuttii tipie gradi scolastici) più produttivi e solidali tra di loro». L' ultimo strumento sono i meta-momenti, un processo in cui bambini e adulti imparano a riflettere sulle emozioni che provano, dandogli un nome e empatizzando con quelle degli altri.

GERARDO ADINOLFI

 

FONTE: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/03/09/con-le-emozioni-si-studia-meglio-scuola.html?ref=search

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